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Il pranzo di Natale del 1945

Certo, i buoni propositi di tutti, volti a organizzare un pranzo di Natale degno di tal nome, si sarebbero potuti infrangere contro la realtà quotidiana della situazione alimentare della città. Infatti, scarseggiavano o mancavano quasi totalmente i generi di prima necessità: pasta, olio, zucchero, per non parlare poi di vino, carne, salumi, insaccati, formaggi, pesce e di ogni altro genere che potesse soddisfare i palati, in un giorno di festa così importante.

Sicuramente il pane non sarebbe mancato, perché si poteva contare sulle michette sfornate dal signor Ambrogio, c’erano poi il vino e i salami del signor Giovanni e poco di più, ma certo non sarebbe bastato, anche perché, se pure si fossero messe assieme le quote di alimenti spettanti a ognuno dei partecipanti, secondo le rispettive tessere annonarie, tutti sarebbero rimasti quasi a bocca asciutta, perché le quantità stabilite dalle autorità erano spesso insufficienti per il fabbisogno e ciò che era introvabile attraverso i canali ufficiali, bisognava procurarselo alla borsa nera o al baratto che, nelle campagne, poteva risultare molto più vantaggioso.

Per questo, ognuno dei partecipanti al pranzo, che ormai erano diventati quindici, compresi la vedova Romanelli, Trini con la sua fidanzata e qualche ferroviere solitario del dormitorio, avrebbero versato 400 lire al signor Giovanni, che si sarebbe incaricato del baratto di materiali e oggetti di sua proprietà, nelle campagne intorno a Milano. Di certo 6000 lire non avrebbero consentito di comprare molto alla borsa nera, forse qualche chilo di carne, un po’ di patate e un fiasco di vino, ma non sarebbe stato sufficiente per tutti.

Quindi, meglio il fiuto del Giuan che all’idea di guadagnare 6000 lire, quasi l’equivalente della sua pensione mensile, in un solo giorno, avrebbe fatto i salti mortali pur di imbandire la tavola natalizia, strapazzando i rustici contadini brianzoli in compagnia di Bruno.

Il 23 dicembre lo stanzone delle biciclette, trasformato in mensa natalizia, era pronto e la sua dispensa era stata finalmente riempita con: 15 uova, tre chili di farina, tre capponi, un pezzo di carne per brodo, mezza forma di taleggio fresco, un vasetto di strutto, mezzo litro di olio e una piccola cassetta di patate a cui si sarebbero aggiunti due salami e tre fiaschi di vino del signor Giovanni e cinque chili di pane che avrebbe sfornato il signor Ambrogio.

Per i tempi un vero tesoro guardato a vista dalla signora Jolanda e da Giulia, che non avrebbe lavorato il giorno 24 nello studio dell’ingegner Jenna, che era anche stato invitato al pranzo natalizio, ma lo aveva declinato per rimanere con sua madre.

Come tutti i pranzi della festa anche questo pranzo di Natale, il primo senza il tormento della guerra, doveva essere abbondante e opulento, per quanto le consentissero le materie prime che si trovavano nella dispensa. Insomma, tutti forse si aspettavano un banchetto in piena regola e, per non deluderli, la preparazione del medesimo era cominciata il 22 sera con i capponi, ai quali era stato “tirato il collo”. Poi erano stati religiosamente spennati, tagliati e messi a marinare in una speciale “bagnatura” aromatica, preparata dalla signora Jolanda.

Nel contempo, Giulia si era incaricata di recuperare e trattare le “rigaglie” dei tre polli che, unite alla conserva di pomodoro, avrebbero consentito di preparare il sugo per le tagliatelle fresche che avrebbero preparato l’indomani, di buonora. Così il tavolo della custode, prima di essere trasferito nella mensa natalizia, era diventato il piano sul quale tirare la sfoglia e preparare le profumatissime tagliatelle all’uovo,
secondo l’antica ricetta bolognese, che la signora Jolanda aveva ripetuto ormai tantissime volte.

Nel caso specifico, 1 kg di farina, 8 uova, un po’ di sale, tanta buona volontà e perizia. E, finalmente, dopo tre ore abbondanti di lavoro, le tagliatelle arrotolate sotto forma di nidi riposavano e si essiccavano nei grandi vassoi di legno che Giulia e la signora Jolanda avevano preparato, coperto con strofinacci puliti e posti lontano dalle mani del piccolo Andrea e dalle zampe del gatto Tobia, che volevano assaggiarle o dipanarle, per giocare con le improvvisate fettucce di pasta.

La carne e le patate sarebbero state preparate la sera della vigilia, per terminare la loro cottura l’indomani mattina nel forno e sulla stufa della signora Jolanda, riservando alle stufette disposte nella sala natalizia, la funzione di tenere calde le vivande, già cotte.

Venne rispettato il menù della tradizione bolognese che prevedeva due grandi classici: le tagliatelle e un piatto di carne unico, preparato quasi esclusivamente per questa ricorrenza e cioè i capponi cotti al forno con le patate e il bollito di manzo con la salsa verde. Tornare alla tradizione in un momento così difficile, rappresentava il desiderio di normalità al quale anelavano tutti e sedersi intorno a un tavolo per degustare il menù di Natale, nel “nuovo salone delle feste della cascina”, avrebbe rinfrancato l’animo di tutti i partecipanti, perché gli uomini avrebbero ritrovato le tenera carezza delle mamme, nonne, zie e sorelle, sempre disposte a cucinare per loro e le medesime avrebbero potuto coccolare e rinfrancare i loro uomini, finalmente liberati dagli affanni e i rischi mortali della guerra.

Il gran giorno arrivò e il 25 dicembre, con i residenti già al lavoro dalle prime ore del mattino, alle 12.30 varcarono le porte del “salone” anche gli ospiti che venivano da più lontano. La vedova Romanelli era già scesa e, per l’occasione, sopra un vedovile abito in crespo di lana nero, aveva posto sulle sue spalle due piccole stole di volpe rossa, incrociate sul petto, in verità, un po’ tarlate. Trini, tirato a lucido, aveva rispolverato la sua grisaglia autarchica, la camicia bianca e una cravatta d’ordinanza rossa, che segnalava la sua certa militanza politica e la sua fidanzata, una ragazza simpatica e paffuta, era inguainata in un abito di crèpe verde ramarro, completato da una stoletta di rat musqué.

Meroni, un segnalatore dello smistamento, aveva optato per la militaresca divisa FS con camicia bianca e cravatta nera, ma, sorpresa, aveva portato con sé la fisarmonica. Mentre Maggi e Cantù, due macchinisti in turno di riposo, avevano scelto due più discreti abiti civili, in diversi toni di marrone, recando con loro i veri ferri del mestiere: un clarinetto e un mandolino, aderendo alla precisa richiesta dei colleghi che volevano rallegrare la festa e magari anche ballare, se ce ne fosse stato lo spazio. Bruno aveva indossato la cacciatora e calzava gli scarponcini ricevuti in regalo da Dorina, Gigi vestiva un completo simil marinaro, con tanto di maglione bianco, Rosario aveva indossato il suo principe di Galles, anteguerra, con camicia bianca e cravatta in seta canneté. Andrea, dal canto suo, era sempre contento con il vestito da marinaretto e la sua mamma, radiosa e felice, indossava un tailleur marrone che rendeva merito al suo corpo aggraziato.

I coniugi Bertoncelli portavano il gran pavese d’anteguerra, che era rappresentato e sublimato dalla stola di marmotta che adornava il vestito di velluto verdone, che indossava la signora Jolanda e dal kepì triplo grecato, che troneggiava sul capo del Giuan. Infine, i genitori di Rosario avevano indossato i normali panni domenicali, con i quali assistevano alla santa Messa officiata da don Rosti.

Dieci minuti più tardi, tutti avevano preso posto intorno al tavolo e la signora Jolanda aiutata da Giulia, cominciò a servire le tagliatelle. Il piccolo Andrea che aveva ricevuto in regalo da Rosario un coloratissimo Pinocchio in legno, lo agitò nell’aria, augurando con la sua vocina squillante: «Buon Natale a tutti!», fermando a mezz’aria le forchette dei commensali che gli risposero felici, seppure con le bocche piene di tagliatelle, ma il momento di imbarazzo fu prontamente superato dal: «Buon appetito!» pronunciato da Giulia, che consentì loro di rituffare le forchette nei piatti e, un gradito e rapido bis proposto dalla signora Jolanda, svuotò definitivamente il pentolone del saporitissimo piatto appena servito.

Nell’attesa che i capponi fossero sfornati, bastarono una fetta di salame e un tocchetto di taleggio per animare gli strumenti dei tre ferrovieri e, in un attimo, le note della mazurka “Birichina” riempirono l’aria del salone natalizio. El Giuan ne approfittò subito per raccogliere le quote del pranzo, facendole versare direttamente nel suo kepì triplo grecato. Tutti sembravano felici, forse finalmente senza pensieri e facevano gran complimenti alle tagliatelle, provocando un po’ di ritrosia nella padrona di casa, che rispondeva immancabilmente a tutti: «E il bello deve ancora venire». L’arrivo delle pentole con i capponi arrosto con le patate e il profumo che si sprigionò da esse spense le note del Tango delle capinere e fece ammutolire tutti i commensali. E, in breve tempo, anche dei tre volatili non rimasero nei piatti nient’ altro che le ossa ben spolpate, con una precisione quasi chirurgica.

Giunse in tavola il bollito con salsa verde e patate lesse. Il suo arrivo suscitò un corale commento di meraviglia e, in effetti, il sontuoso pezzo di “cappello del prete” con la sua leggera venatura di tessuto connettivo, lasciava presagire le piacevolezze che avrebbe suscitato al palato, nel momento in cui fosse stato assaporato con i contorni che lo accompagnavano. La signora Jolanda lo tagliò e servì le prime due fette a Giulia, esclamando: «Ci voglio bene come se fodesse la mia tusa» e le lanciò un bacio con la mano, suscitando il compiaciuto sorriso di Rosario e uno sguardo leggermente infastidito dei suoi genitori. Ma la cosa non ebbe alcun seguito, perché i prepotenti effluvi che si levavano dai piatti, cancellarono ogni atteggiamento o volontà polemica e la signora Lina, dopo avere assaggiato quanto aveva nel piatto, si volse verso la padrona di casa e si complimentò con lei: «Brava, brava! Questo lesso è veramente squisito! Io non avrei saputo fare di meglio e le confesso che non mangiavo niente di simile da almeno cinque anni!». La signora Jolanda la ringraziò e continuò a servire gli altri commensali.

Quando fu terminato anche il lesso, i ferrovieri-suonatori reclamarono ancora un po’ di salame e taleggio, si fecero riempire i bicchieri e attaccarono a suonare con Vola colomba. Di seguito la vedova Romanelli cantò “Mamma”, dedicandola a suo figlio Walter caduto a El Alamein e a tutti i figli di mamma che non sarebbero mai tornati a casa, strappando le lacrime a Giulia e alla signora Jolanda, che si abbracciarono singhiozzando. Anche Andrea si mise a piangere e, inaspettatamente, la signora Lina si alzò, lo prese in braccio, lo baciò e, con l’aiuto di Rosario, riuscì a consolarlo.

I suonatori ripresero con La mazurka della nonna per rasserenare gli animi e il signor Giovanni arrivò con la sua preziosa bottiglia di cordiale e cominciò a servire le tre signore ancora piangenti. L’allegra musichetta e il tepore del cordiale sortirono un effetto inaspettato, Trini e la sua paffuta fidanzata si misero a danzare, seguiti da Giulia e Rosario, dai suoi genitori e dai padroni di casa che, nonostante la loro mole, si misero a volteggiare con grande leggerezza. La profumata bottiglia di cordiale raggiunse finalmente anche i suonatori che, per ringraziare per tanta generosità, si misero a suonare la Cumparsita, facendo vibrare i cuori delle coppie che ballavano sulla improvvisata pista.

Questo brano è stato tratto dal romanzo storico “Il treno della speranza” di Gianvincenzo Cantàfora, che descrive il primo pranzo di Natale del dopoguerra, dove, tra le righe, si può già respirare un desiderio profondo di libertà, serenità, ma soprattutto di pace

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Il Santo Natale – Ricordi d’altri Tempi – Parte II°

Anni ’50 ….quando aspettavamo ancora Gesù Bambino

Seconda Parte

20 di dicembre.

I giorni passavano velocemente e i preparativi per le feste si avvicinavano sempre più.

Primo pomeriggio: “Drinnn…” Il campanello gracidante suona e la maniglia della porta viene abbassata.

“È permesso?” “Tina, a sun me! Sono io!” La nonna si avvicina alla porta per accogliere l’ospite.

Entra un signore alto, ben portante con i capelli grigio argento, alla “Mascagni” lucenti per l’abbondante uso di brillantina, tanto da lasciare dietro di sé uno stordente profumo di lavanda e, a detta di tutte le donne della sua numerosa famiglia, con una certa somiglianza con Clark Gable. È lo zio Mario, per me in realtà un prozio, fratello della nonna. Le sue visite periodiche non me le perdevo mai ma,soprattutto quella in prossimità delle feste, neanche per tutto l’oro del mondo.

Arrivava sempre carico di borse, pacchi, pacchetti che contenevano squisitezze a non finire,era fornitore di fiducia di alcuni ristoranti di Milano e di altri clienti privati che desideravano alimenti genuini e lo zio, per soddisfare tutti al meglio, si riforniva da produttori agricoli di fiducia della zona del piacentino.

Ricordo le lunghe telefonate tra lui e mia nonna, dove lei gli dava le “comande” eseguite sempre a puntino, per non prendersi delle strigliate dalla “Tordella”, come lui affettuosamente la chiamava, famoso personaggio del Corriere dei Piccoli, allora molto in voga tra adulti e bambini.

Si sedevano, lo zio Mario e la nonna, all’estremità del tavolo di legno grezzo della cucina e, mentre lui cominciava a posare sul ripiano i suoi involti, si parlavano fitto fitto, quasi bisbigliando, in stretto dialetto piacentino che per me equivaleva all’ostrogoto. Io non avevo occhi che per le meraviglie che man mano venivano sottoposte all’esame insindacabile della nonna.

Così,a seconda delle necessità, venivano scelti panetti da mezzo chilo di burro di Cadeo, un paesino nei pressi di Piacenza, un paio di dozzine di uova freschissime, pezzi di grana padano avvolti in una carta-paglia verdolina, salami piacentini, un po’ di coppa già affettata, cotechini e per ultimo, il pezzo forte: un bellissimo pollo ruspante da cucinare, ripieno il giorno di Natale e una altrettanto bella faraona. I due fratelli, infine, bevevano insieme un gustoso caffè fatto con la napoletana e lo zio se ne andava, dopo avermi riempito le mani di dolcissimi bon bon.

Il giorno 21 lo dedicavo ai nonni paterni, Vincenzo e Adelina. Il nonno, di origine calabrese, riceveva in dono dai suoi parenti di Crotone cassette di deliziosi agrumi, olive, collane di fichi secchi, mandorle. Bisognava sistemare la frutta ben coperta sul balcone, sgusciare le mandorle, metterle a bagno, pelarle e infilarle in mezzo ai fichi tagliati a metà,pronti per essere infornati la notte di Natale.

Terminate queste incombenze, la nonna Adelina mi mandava a comprare farina, cannella e miele per fare i biscottini a forma di omino da appendere all’albero. La mamma non amava molto che si alterasse in qualche modo l’equilibrio e l’armonia che aveva creato decorando l’albero, ma le dispiaceva non far contenta la suocera, così lasciava sempre dei rametti vuoti e al collo degli omini legava dei piccoli nastri colorati.

Per me e per la mia sorellina Clementina, detta Tinin, era tutto un gran correre dauna casa all’altra: quella dei nonni paterni dove abitavamo era al numero civico cinque, mentre quella dei nonni materni al sette, questa era al piano rialzato, l’altra al terzo piano. Sembravamo due palline che rimbalzavano di qua e di là.

La nonna Tina, ormai eravamo al giorno 22, aveva dato disposizione alla mattina presto, a una delle sue sorelle che aveva un pastificio, per il quantitativo di anolini che erano necessari da fare in brodo e indicazioni precise sul ripieno eaveva letteralmente spedito il nonno Pietro detto Pierino a dare una mano e soprattutto a supervisionare che tutto fosse fatto a puntino, ricordandogli anche di ordinare il panettone nella pasticceria di sua fiducia.

Finalmente tutti fuori casa, per noi bambini era il penultimo giorno di scuola, la “Tordella”, farina a fontana sul tavolo di legno, uova, un pizzichino di sale, acqua tiepida, cominciava a impastare con energia e sapienza quella che sarebbe stata la sua sfoglia per le tagliatelle, che la famiglia avrebbe mangiato nei giorni successivi e per i maltagliati per la cena della vigilia. 

Eh, sì, questa cena era veramente speciale, per un particolare. Terminato il pasto, la nonna allestiva sempre un piccolo tavolo vicino alla porta con il piatto per il viandante: uno sconosciuto infreddolito e affamato che avrebbe potuto bussare la notte di Natale. Avrebbe trovato conforto con una scodella di maltagliati caldi, un pezzo di pane col formaggio, ma non solo, vi era anche una bugia con una candela rossa accesa per indicare la strada.

Credo che, in quel caso, il viandante fosse il nonno che, in pensione, lavorava di sera come maschera nei teatri e soprattutto alla Scala, un lavoro perfetto per lui, amante dell’opera lirica. Usciva verso le sette di sera, toscano in bocca, inforcava la bicicletta e se ne andava. Al ritorno, ben dopo la mezzanotte, d’inverno, trovare qualcosa di caldo era un grande piacere e la sera della vigilia, al posto della solita camomilla, trovava la minestra calda.

Ormai la casa del numero sette era un affollato formicaio: la mamma e la zia avevano tolto dal baule le tovaglie delle feste per rinfrescarle e per il giorno di Natale ne avevano scelta una di lino bianco in sfilato siciliano.

Sul grande tavolo della cucina, una distesa di strofinacci di lino era pronta per piatti, bicchieri, calici, piatti di portata, antipastiere, vassoitutti minuziosamente lavati e messi ad asciugare, le posate d’argento, invece, tolte dai loro astucci, venivano lucidate alla perfezione.

La nonna intanto stava affrontando il suo capolavoro, la mousse di tonno.Non ho mai assaggiato niente di paradisiaco come questo sublime antipasto, eppure era composto di pochissimi ingredienti: burro, tonno e due o tre acciughe sotto sale, lavate e diliscate. La vedo come se fosse ora, col setaccio stretto tra le ginocchia e il cucchiaio di legno in mano, utilizzato dalla parte convessa, che lavorava e lavorava il panetto del burro freddo, ma non gelato e poi il tonno, aggiunto poco alla volta e infine le acciughe. Tempo, pazienza e grande esperienza nella manipolazione degli ingredienti erano il segreto di quella favolosa ricetta.

E, finalmente, arrivava il Natale. La sera del 24, dopo aver fatto la cena della viglia dalla nonna materna, tutta la famiglia tornava a casa, in fretta, perché a mezzanotte sarebbe arrivato Gesù Bambino coi regali. Mamma e papà, dopo averci sistemato per la notte, ci mettevano nel lettone dei nonni paterni che, per quella sera rinunciavano ad andare a letto presto.

Noi, svegli come grilli, con le orecchie tese, cercavamo di capire esattamente il momento in cui il Bambinello sarebbe arrivato. Il tempo non passava mai… Il nonno aveva una pendola rumorosissima e noi eravamo in attesa dei fatidici dodici rintocchi…

Ecco, si apre la porta, mamma e papà sorridenti ci chiamano e noi, con gli occhi pieni di stupore, troviamo l’albero, magico, con tutte le candeline accese, il presepio illuminato, l’immancabile “Tu scendi dalle stelle…” sul piatto del grammofono ei doni, tanti e belli, perché arrivavano da nonni, zii, mamma e papà.

Avevamo il permesso di giocare qualche minuto e, nel mentre, nonno Vincenzo entrava orgoglioso coi prodotti della sua terra: un vassoio con i fichi caldi e zuccherosi che aveva appena tolto dal forno, ripieni di mandorle e noci, con gli omini al miele, fatti da lui e dalla nonna.

Via presto, a dormire, ora ognuno nel su letto fino alla mattina di Natale, dove ci saremmo trasferiti al numero sette.

Entrando in casa della nonna Tina, piena di fragranze meravigliose di cibo, eravamo tutti letteralmente abbacinati dalla “mise en place”, un colpo d’occhio degno di una rivista di arredamento.

Mobili di noce scuro carichi di vassoi di frutta secca e fresca, dolci e liquori. L’albero illuminato vicino alla finestra e il presepe sul coperchio del piano, entrambi allestiti dal nonno Pierino.

Ma il capolavoro era la tavola apparecchiata con una tovaglia di lino candido in sfilato siciliano, piatti di porcellana di Baviera, bicchieri di cristallo scintillante per l’acqua, il vino, lo spumante, quello dolce. Posate d’argento, antipastiere di cristallo di rocca intagliato come le bottiglie per il vino messo a decantare e le bottiglie originali rivolte verso l’entrata, perché l’ospite avesse subito contezza di cosa gli sarebbe stato servito da bere.

Il panettone troneggiava solitario, al suo posto d’onore, sopra un “runner” di lino carta da zucchero in sfilato siciliano, su una cassapanca antica, sotto la finestra della sala.

Il caffè a fine pranzo veniva offerto in tazzine Rosenthal color crema e pennellate di oro zecchino e versato da una già allora vetusta napoletana di alluminio e sempre molto gradito, anch’io avevo il privilegio di berne in una mia tazzina, allungato con un po’ di acqua calda.

I bicchieri da spumante meritano che la loro storia venga citata. Stupendi, unici bicchieri di vetro soffiati uno per uno a Murano, erano stati regalati alla nonna Tina dal commendator Luigi Alzona, dove svolgeva le mansioni di direttrice di casa ed era molto apprezzata per le sue “mise en place”curate e sempre perfette. Il commendatore, però, amava soprattutto il caffè fatto dalle sue sapienti mani e lo beveva solamente se era lei a prepararlo, vantandosi con tutti: “Ah… il caffè della mia Tina!”.

La giornata si concludeva con la mamma al piano, a volte a quattro mani con la zia, noi che cantavamo e recitavamo le poesie imparate a scuola per l’occasione e la nonna e il papà che si godevano la loro sigaretta e il nonno il suo mezzo toscano.

Buon Natale a tutti!

I Ricordi personali di Maria Cristina Cantàfora

Blogger – http://www.foodbio.it

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